Nelle prigioni di Noyron

Q4. In che modo il nemico può essere attaccato, dando un vantaggio alla motivazione eroica?

Infiltrazione e combattimento

I nostri eroi raggiungono Noyron, dopo alcuni giorni di marcia. Logren e Renarius conoscono diverse persone in paese e riescono a contattare Zared Urius, un guerriero che ora è molto malvolentieri alle dipendenze del visconte Palearius. Zared dà appuntamento agli altri cinque per la notte successiva, quando sa che potrà farli accedere alle prigioni sotterranee. Zared riesce infatti a rendere inoffensive le altre guardie grazie a un sonnifero e guida il gruppo nei sotterranei, verso la cella di Ronabus.
Il gruppo, dopo lunghe peregrinazioni nei sotterranei labirintici, riesce a liberare Ronabus e altri due guerrieri nimeriti: Eypen e Arienus.

Q5: In che modo i risultati eroici di Q4 vengono minati alla base, rivelando nuovi dettagli sulla natura / il piano / il potere del nemico?
Mythic: 84/62 prendersi cura della distruzione
Tradimento / combattimento

Mentre si avvia verso l’uscita, il gruppo viene attaccato da tre guerrieri. Lanrus cade nello scontro. Osservando i cadaveri, i nostri si accorgono con orrore che i loro avversari non erano completamente umani: la pelle è mostruosamente coperta di squame.

Diserzione!

Q3: Quali elementi dei risultati di Q1 e Q2 vengono improvvisamente pervertiti in modo sorprendente, aumentando il pericolo per la motivazione eroica?

Mythic: bloccare imboscata
Hint: tradimento / rivelazione

Malitus e Arlicus si affrettano verso il ponte di Gurlea, dove è accampato Ronabus. Lo vogliono avvertire del rischio di imboscata di cui ha parlato Tylander. Ma quando arrivano al ponte, scoprono che Ronabus è stato arrestato. Ora il comando è in mano a Lapus di Eurythia che ha negoziato la pace con Rubea, in cambio del fatto che Eurythia sia riconosciuta come capitale di un regno indipendente che include anche Ekisia e si estende a sud fino al Mabrym. Malitus e Arlicus incontrano Lanrus, che quella notte intende disertare insieme ad alcuni compagni, per proseguire la lotta contro gli invasori rubeani. Malitus e Arlicus decidono di unirsi a Lanrus, ma mentre si allontanano dal campo nottetempo, si imbattono in alcuni soldati di Eurythia che, avendoli identificati come disertori, non esitano ad attaccarli. Lanrus viene caricato da due cavalieri. Riesce a stento a resistere al primo impatto. Malitus colpisce da lontano un nemico con una freccia. Gli uomini di Lanrus si fanno sotto per dare man forte al loro comandante. Alla fine, Lanrus, Arlicus e Malitus riescono ad avere la meglio, ma degli uomini di Lanrus sopravvivono solo id due fratelli Logren e Renarius. Il gruppo riprende la marcia verso est, diretto a Noyron, dove Ronabus è stato condotto prigioniero.

I Serpenti Rossi

Un esperimento con tre grandi strumenti:

  • Il sistema di gioco di ruolo in solitaria “The 9Qs” di John Fiore
  • “Chain Reaction Swordplay”: regole di combattimento solo-friendly sviluppate da Ed Texeira (Two Hours Wargames)
  • “Mythic Game Master Emulator” (in particolare “event meaning”) di Tom Pigeon<
  • “Motivazione eroica” di Malitus e Arlicus: difendere la libertà nimerita contro gli invasori rubeani.

    Domanda 1: Quale ostilità latente insita nell’ambientazione giunge inaspettatamente in conflitto con la motivazione eroica, minacciando di aggravarsi nel tempo?

    9Qs: Un nemico persegue nuovi obiettivi;
    Mythic: Animali Bizzarri;

    Usciti dalla caverna allo spuntare dell’alba, Malitus e Arlicus si riposarono per un paio d’ore e poi si misero in cammino verso occidente, seguendo il corso del fiume Mabrym. Presso un guado, incontrarono tre esploratori nimeriti, guidati da Arek Ultrius. Questi ordinò ai due di unirsi a loro per una ricognizione sulla sponda settentrionale del fiume. Alcuni contadini avevano riferito voci improbabili su creature demoniache che parteciperebbero alle incursioni dei soldati di Rubea. Il comandante Ronabus aveva quindi disposto alcune missioni di esplorazione nel territorio per stabilire quale fosse effettivamente la situazione.

    Dopo aver attraversato il guado, i soldati nimeriti si imbatterono in un piccolo drappello di guerrieri i cui scudi erano decorati con l’effige di un serpente rosso. I due gruppi si affrontarono in uno scontro breve e sanguinoso. Arek Ultrius e uno dei suoi uomini rimasero subito uccisi, ma gli altri tre nimeriti, anche grazie ai precisi lanci di frecce da parte di Malitus e Arlicus, riuscirono ad avere la meglio e ad uccidere tutti gli avversari, tranne un giovane arciere che fecero prigioniero.

    Domanda 2: Quale evento molto preoccupante e remotamente connesso ai risultati della Domanda 1 si verifica, confermando che sta avvenendo qualcosa fortemente contrapposto alla Motivazione Eroica?

    9Qs: Inseguimento;
    Mythic: Aprire un’imboscata;

    Il prigioniero disse di chiamarsi Tylander e di essere figlio di Paleander, tribuno del villaggio di Noyron, poco più a nord. I guerrieri gli trovarono addosso alcune monete d’oro Rubeane, che prontamente si divisero. Tylander disse che suo padre si era venduto ai rubeani, che gli avevano conferito il ridicolo titolo di “Visconte di Noyron”, e lui era stato costretto a prendere le armi e a schierarsi al fianco di questi invasori barbari. Tylander, senza dimostrare una particolare preoccupazione, invitò i tre esploratori a farlo prigioniero e a chiedere a suo padre un congruo riscatto. Inoltre, rivelò che le incursioni dei Serpenti Rossi erano state ordinate direttamente dal nuovo governatore di Eulora, il conte Niminus, con la speranza di attirare Ronabus in un’imboscata a nord del Mabrym.

    Orlac (l’unico superstite degli esploratori di Arek Ultrius), Malitus e Arlicus decisero quindi di portare con sè il prigioniero fino all’accampamento di Ronabus per consegnarglielo. Ma mentre si dirigevano verso il guado, vennero raggiunti da un gruppo molto numeroso di Serpenti Rossi. Malitus e Arlicus affrontarono gli avversari che stavano per raggiungerli, uccidendone alcuni in un combattimento corpo a corpo. Ma Orlac venne colpito da una freccia e Tylander ne approfittò immediatamente per fuggire. Malitus e Arlicus furono costretti ad abbandonare Orlac al suo destino e riuscirono a stento a mettersi in salvo al di là del Mabrym. A sera, si ritrovarono nello stesso luogo in cui avevano incontrato i tre esploratori, con l’unica amara soddisfazione delle poche monete d’oro confiscate a Tylander.

    I sotterranei del palazzo di Tryon

    La vecchia disse a Thalia che poteva proseguire e incontrare Tryon e le indicò una porta sul fondo della sala ed essa la attraversò senza esitazione. Malitus e Arlicus vennero indirizzati ad un’altra porta, a destra di quella attraversata da Thalia. Oltre la porta, c’era una stanza circolare con molte altre porte. Arlicus aprì la porta di fronte a quella da cui i due erano appena passati. La porta si spalancò e ne uscì un serpente enorme, grande quanto un uomo, che tentò di azzannare Arlicus. Malitus, scavalcando la coda del serpente, attraversò la porta ed Arlicus riuscì a seguirlo. I due attraversarono un ampio corridoio le cui pareti erano decorate da affreschi raffiguranti scene di serpenti in lotta contro uomini. Arlicus riconobbe gli elementi di un’antica leggenda, secondo la quale l’isola di Selemna era anticamente abitata solo da serpenti giganti, che gli uomini avevano dovuto sterminare prima di potersi stabilire sull’isola. Il corridoio condusse Arlicus e Malitus ad una sala quadrata, anch’essa decorata da affreschi raffiguranti una battaglia. Da un lato erano rappresentate le armate di Rubea, sotto il vessillo del serpente e della spada, dall’altro quelle di Nima, sotto l’insegna del delfino bianco in campo azzurro. Nel dipinto, il console Lapus di Eurythia era rappresentato nell’atto di colpire alle spalle l’araldo che portava l’insegna nimerita. La profezia di un tradimento! Attraversata la sala e un altro corridoio, questa volta in lieve pendenza, Arlicus e Malitus raggiunsero una grotta in fondo alla quale intravedevano la luce dell’alba.

    Tagrius

    Il palazzo di Tryon sembrava non avere finestre. Era una massiccia struttura cubica di pietra, la cui unica apertura era il grande portone. Malitus entrò per primo, seguito da Thalia e Arlicus. I tre si trovarono in un lungo e ampio andito ricoperto di bassorilievi di marmo bianco. Dal soffitto pendevano numerosi lampadari in cui ardevano candele di cera bianca. I bassorilievi sulla parete di destra raffiguravano una processione di persone che emergevano dalla terra e si incamminavano tutte nella stessa direzione. Sulla sinistra era rappresentato un bosco con innumerevoli alberi da molti dei quali pendevano delle figure umane, sempre nude. Non sembravano impiccati, era come se quei corpi fossero i frutti degli alberi della foresta. Mentre avanzavano osservando le sculture, Arlicus disse “Sentite anche voi questa musica?” Si udiva una fievolissima melodia suonata su un liuto. In fondo all’andito, c’erano tre porte chiuse da pesanti tende rosse. Su ciascuna tenda era ricamato un disegno diverso. A sinistra, una freccia. Al centro, una spiga. A destra, una torcia ardente. La musica sembrava provenire da dietro le tende. Thalia, senza esitazione, scostò la teda della porta centrale e avanzò, seguita dagli altri.
    Si trovarono in un porticato che circondava un cortile quadrato. Agli angoli del cortile, crescevano quattro alberi: un cipresso, una palma, una betulla e un faggio. Al centro del cortile c’era una balaustra circolare che circondava un profondo posso lungo le cui pareti scendeva una scala di pietra. La musica sembrava provenire dal fondo del pozzo. Thalia si avviò lungo la scala, seguita da Arlicus e da Malitus. In fondo alla scala si trovava una porta di legno massiccio. La musica del liuto era improvvisamente cessata. La porta era chiusa e Thalia diede due forti colpi con il batacchio che vi era affisso. Dopo pochi istanti la porta si aprì. Un’anziana donna vestita di un abito scarlatto li invitò ad entrare. Si trovarono in un salone molto ampio il cui soffitto era sorretto da esili colonne di marmo. “Prima di poter incontrare il mio signore” disse la donna “dovrete battervi con Tagrius”. Dal fondo della sala stava avanzando un uomo enorme, armato di spada. Malitus gli scagliò una freccia, che venne respinta dalla corazza. Thalia e Arlicus estrassero i pugnali e si fecero sotto. Tagrius colpì Arlicus che cadde a terra e gli si avventò addosso per finirlo, ma Thalia riuscì a colpirlo al braccio e a deviare il colpo. Malitus scoccò una seconda freccia e questa volta trafisse il ginocchio di Tagrius, che crollò a terra. Non appena il gigante cadde, Thalia gli conficcò il pugnale nel collo e, con due rapidi gesti, staccò la testa dal corpo.

    Tre defezioni


    Durante la marcia notturna, Malitus ebbe modo di fare conoscenza con i suoi nuovi compagni. In maggior parte provenivano da Eurythia, un villaggio non lontano da Ekisia. Anche una ragazza, Thalia, faceva parte del gruppo di arcieri. Non aveva l’aria di essere molto loquace, e Malitus venne a sapere da lei solo che anch’essa era originaria di Eurythia.
    Verso mezzanotte, oltrepassata una collina erbosa, il drappello giunse in vista di un possente palazzo. Lanrus si lasciò sfuggire un gemito di sorpresa: “Qui avrebbero dovuto esserci solo delle rovine! Cosa sta succedendo?” Con circospezione, si avvicinarono al palazzo. Il portone dava verso occidente ed era socchiuso. Una luce abbagliante filtrava dall’interno. Malitus si sentì preso dalla forte curiosità di esplorare quell’edificio misterioso e propose a Lanrus di entrare. Lanrus rispose che secondo le leggende in quel luogo un tempo sorgeva il palazzo di un demone di nome Tryon. Non aveva alcuna intenzione di affrontare un demone. Inoltre era sua responsabilità raggiungere insieme agli altri arcieri l’esercito nimerita. Ordinò ai suoi uomini di proseguire. Con sorpresa di Malitus, due degli arcieri dissero a Lanrus che anche loro sarebbero entrati nel misterioso palazzo. Si trattava di Thalia e di Arlicus, il più giovane del drappello. Lanrus non commentò queste defezioni. Augurò ai tre buona fortuna e si allontanò alla testa del piccolo gruppo.

    Exparia


    Exparia era una sacerdotessa che custodiva l’albero sacro che cresceva sulle sponde del fiume Mabrym. Da diversi anni viveva in una capanna presso il fiume. Conosceva molto bene quella zona, ma non si allontanava mai molto dall’albero sacro. Poco più a monte, c’erano le rovine di un antico palazzo. Molti erano convinti che le rovine fossero infestate da spiriti, secondo alcuni addirittura da un demone. Exparia non aveva mai dato fede a quelle voci, ma una sera, passando presso le rovine, vide un’ombra attraversarle e fu certa che non si trattava di una presenza umana.
    Una notte Exparia sognò il fantasma delle rovine che le chiese di portargli una ciotola di latte. La sera seguente, dopo aver concluso il rituale del crepuscolo, Exparia si recò presso le rovine e lasciò ai piedi di un pilastro una ciotola colma di latte. Quella notte ci fu un violento temporale ed Exparia ebbe un altro sogno, sempre che si trattasse di un sogno. In mezzo al fragore dei tuoni, una voce profonda la chiamò dall’esterno della capanna. Exparia, piena di timore, uscì per vedere di chi si trattasse. Si trovò di fronte un demone alato, con una folta barba scura, seduto in sella ad una creatura magica. Il demone le disse: “Exparia, io sono Tryon e ho vissuto sull’isola di Selemna dall’origine dei tempi. Ho sempre osteggiato il potere degli dei e la loro volontà di scacciare i demoni per fare posto agli uomini. Così, quando Mabrym decise che il suo fiume scorresse accanto al mio palazzo, ho accettato la sfida e abbiamo combattuto. Sono stato sconfitto e il dio mi ha relegato nel regno delle ombre. Ma il tempo della mia prigionia si è concluso, grazie a te”.
    Il mattino seguente Exparia, sapendo di aver aiutato il nemico del suo dio, abbandonò per sempre la capanna in cui aveva vissuto per anni.

    Gli arcieri di Lanrus

    Malitus decise di dirigersi direttamente verso Ekisia. Lì pensava che avrebbe trovato l’esercito nimerita. I rubeani avanzavano rapidamente e durante gli sporadici incontri con i contadini della zona, Malitus venne a sapere che cavalieri rubeani agli ordini del comandante Rylus imperversavano nella zona. Avrebbe fatto del suo meglio per evitarli, ma era anche tentato dall’idea di danneggiarli in qualche modo. Malitus entrò in un villaggio ai margini di un bosco. Si avvicinò a tre anziani che stavano parlando tra loro e chiese se ci fossero novità. Gli risposero che avevano udito voci sul fatto che nei pressi di Ekisia i superstiti guidati da Ronabus sarebbero stati raggiunti da consistenti rinforzi. L’esercito di Rubea aveva occupato Eulora senza incontrare resistenza. Probabilmente, anche Parius avrebbe atteso nuovi rinforzi e i due eserciti non si sarebbero scontrati nuovamente prima di qualche settimana. Malitus riprese il suo cammino, tenendo sempre il fiume alla sua destra. La mattina successiva, le montagne lasciarono il posto ad una zona collinare in gran parte coltivata. Il paese di Malitus, Akoi, era a poche miglia di distanza, dall’altra parte del fiume, ma egli era ormai determinato a raggiungere al più presto l’esercito di Ronabus. Proseguì lungo i campi, cercando di tenersi al coperto di alberi e siepi. Verso sera, subito dopo aver attraversato un torrente, udì alle sue spalle il rumore di cavalli al galoppo. Tre cavalieri rubeani stavano sopraggiungendo. Malitus si mise a correre verso una fattoria distante poche centinaia di passi. I cavalieri guadagnavano terreno rapidamente, ma dal fienile della fattoria vennero scagliate alcune frecce, e uno degli inseguitori cadde colpito al collo. Malitus raggiunse il fienile. All’interno si trovava una mezza dozzina degli arcieri che avevano combattuto al passo di Eulora sotto la guida di Rensen. Il comandante del drappello si chiamava Lanrus ed era originario della zona. Malitus lo conosceva di vista, ma non si erano mai parlati. I due cavalieri sopravvissuti si allontanarono per cercare rinforzi e Lanrus condusse immediatamente fuori i suoi arcieri, dicendo a Malitus che li aspettava una marcia notturna, ma che il giorno successivo avrebbero raggiunto il territorio che era ancora sotto il controllo di Nima e sarebbero quindi stati fuori pericolo.

    Il viaggio di Malitus verso Akoi


    Malitus trascorse la notte nella foresta. Al mattino, si rimise in marcia verso il suo paese, Akoi, che si trovava lungo la strada tra il passo e la città di Eulora. Avrebbe potuto arrivarci entro il giorno successivo e sperava di raggiungerlo prima che ci arrivasse l’esercito rubeano. Diversi suoi amici non avevano voluto arruolarsi, ma ora voleva tentare nuovamente di convincerli ad unirsi a lui per raggiungere ciò che rimaneva dell’armata di Nima.
    Dopo alcune ore di cammino vide una casa in cima ad un’altura isolata. Si avvicinò sperando di poter trovare un po’ di cibo, ma la casa era deserta e la porta sprangata. Rientrato nella foresta, costruì alcune frecce lavorando con il coltello dei rametti di frassino. Riuscì ad uccidere un paio di scoiattoli che furono il suo pranzo.
    Nel pomeriggio, il sentiero fu improvvisamente attraversato da un capriolo impaurito. Malitus riuscì a colpirlo con una freccia. Avrebbe avuto cibo a sufficienza per il viaggio fino ad Akoi. Ma mentre raggiungeva il capriolo ferito, udì dei passi che si avvicinavano. Un gruppo di esploratori rubeani si stava dirigendo verso di lui. Ecco da chi stava fuggendo il capriolo! Malitus fu costretto ad abbandonare la sua preda per darsi nuovamente alla fuga.
    Inseguito dai rubeani, Malitus si diresse verso il fondovalle. Gli inseguitori scagliarono qualche freccia nella sua direzione, ma la vegetazione era molto fitta e Malitus non corse alcun rischio di venir colpito. Dopo una lunga corsa in discesa nel greto di un torrente, Malitus si fermò in ascolto al riparo di un grande masso. Il silenzio era completo. I suoi inseguitori dovevano aver deciso che non era il caso di perdere altro tempo con lui.
    Era sceso troppo verso il fondovalle e la cavalleria rubeana stava certamente perlustrando il fondovalle. Riprese a salire il pendio della montagna, l’eventualità di incontrare altri esploratori nel bosco gli sembrava più remota. Ma dopo circa un miglio di cammino, si trovò di fronte un costone di roccia che tagliava il fianco della valle. Sapeva che dovevano esserci dei passaggi che lo attraversavano, ma non riuscì a trovarne nessuno prima del crepuscolo. Il suo viaggio stava richiedendo più tempo del previsto.
    La mattina successiva, riuscì a superare l’impervia zona rocciosa. Prima di mezzogiorno, raggiunse una radura in cui sorgevano alcune case. Incontrò un anziano pastore che gli disse che avrebbe fatto meglio a non proseguire: la zona era piena di pattuglie rubeane, che stavano arruolando forzatamente tutti gli uomini in grado di combattere. Malitus decise di proseguire comunque e si inoltrò nuovamente nella foresta. Ormai era a meno di un giorno di cammino da Akoi.
    Dopo circa un miglio, udì delle voci che sembravano poco distanti. Si nascose in una macchia di cespugli. Le voci si allontanarono e Malitus, con molta circospezione, riprese il suo cammino.
    Più tardi, udì nuovamente delle voci, questa volta alle sue spalle. Cominciò a correre sperando che i rubeani non avessero notato la sua presenza. Dopo un’altra ora di cammino, raggiunse un ampio torrente dalle ripide sponde. Più a valle c’era un ponte che lo attraversava, ma sarebbe stato certamente presidiato. Non rimaneva che risalire il pendio cercando un possibile guado. Malitus riuscì ad attraversare il torrente solo a sera. Stava procedendo troppo lentamente. Non avrebbe raggiunto Akoi prima dei rubeani.

    Malitus e Lyner al passo di Eulora



    Malitus, arciere esperto nell’uso delle frecce avvelenate e Lyner, un coraggioso guerriero della fanteria nimerita, si trovavano all’interno della fortificazione meridionale quando l’esercito rubeano riuscì ad abbattere le porte ed irruppe all’interno. Malitus e Lyner si trovarono a combattere fianco a fianco. La sera prima della battaglia avevano conversato a lungo, convenendo che, se le cose di fossero messe male, sarebbe stato meglio fuggire che farsi ammazzare per la maggior gloria del regno di Nima. Malitus, mentre scagliava l’ennesima freccia contro le truppe rubeane che irrompevano dalle porte abbattute, disse a Lyner: “Dobbiamo andarcene ora da qui e raggiungere il bosco qui sopra”. Lyner aveva già identificato un punto delle mura dal quale sembrava possibile calarsi all’esterno. Mentre correvano lungo i bastioni, Lyner fu colpito da un sasso lanciato da un fromboliere e cadde stordito dal camminamento nel cortile della fortificazioni in cui infuriava la battaglia. Malitus osservò per un attimo il corpo esanime del suo compagno. Visto che non dava segni di vita, riprese la sua fuga, maledicendo tra i denti le divinità rubeane.
    Raggiunto il punto in cui i bastino confinavano con il fianco della montagna, Malitus scavalcò il parapetto merlato e si lasciò cadere dall’altra parte. Il salto fu più alto di quanto Malitus si aspettasse, cadde sul terreno accidentato e rotolò per diversi metri sul fianco della montagna. Quando si rialzò, vide un gruppo di guerrieri che si dirigevano verso di lui. Senza chiedersi se fossero rubeani o nimeriti, volse loro le spalle e iniziò a inerpicarsi sul ripido pendio in direzione del bosco. Mentre arrancava in salita, si accorse di aver perso nel salto la faretra con le frecce avvelenate. Poco male: aveva ancora il suo arco con sé e per il momento ne aveva avuto abbastanza di combattere.
    Malitus cercò di allontanarsi il più rapidamente possibile dal campo di battaglia. Mentre saliva lungo la montagna, udì il segnale della ritirata nimerita. Aveva anticipato di pochi minuti la decisione di chiunque avesse assunto il comando dei superstiti dopo la caduta di Cisseus. Dopo poche centinaia di metri, raggiunse le rovine di un’antica fortificazione. Sembravano deserte. Il tempo stava peggiorando rapidamente. Le dense nubi e il calare della sera stavano oscurando rapidamente la vallata. Meglio cercare di allontanarsi il più possibile prima che iniziasse a piovere. Ma mentre Malitus usciva dalle rovine per riprendere la salita, si trovò davanti all’improvviso un enorme guerriero armato di ascia. Riuscì a schivare il colpo dell’avversario e nel contempo estrasse il pugnale dal fodero. Più in alto, vide che altri rubeani armati di scure stavano uscendo dal bosco dirigendosi verso le rovine.
    Malitus cominciò a correre allontanandosi dalle rovine. Due o tre rubeani si lanciarono al suo inseguimento, ma erano armati pesantemente e non riuscivano a guadagnare terreno. Dopo poche decine di metri, il primo degli inseguitori incespicò su una roccia e cadde lungo il pendio. I suoi compagni si fermarono a soccorrerlo e Malitus raggiunse indisturbato il margine del bosco.
    Seguì per un lungo tratto un sentiero a mezza costa. Nel fondovalle, quando gli alberi si diradavano, vedeva l’esercito rubeano che avanzava. Entro un paio di miglia avrebbero raggiunto i pascoli di Talitus e probabilmente si sarebbero accampati lì. Mentre cadevano le prime gocce, Malitus vide passare lungo il fiume re Parius in persona. Senza crederci fino in fondo, pensò che, se avesse avuto ancora con se le sue frecce, avrebbe potuto colpire il re e vendicare così la morte dei suoi compagni caduti tentando di difendere il passo.