La Fabbrica di Jason Morningstar

“The Plant” è un eccellente “solo RPG” scritto da Jason Morningstar. Ecco com’è andata a me.

Scendo all’interno della fabbrica lungo una scala di cemento stretta tra muri pure di cemento. C’è poca luce. Continuo a scendere. Ora la scala è rivestita di mattoni bagnati e scivolosi.
Entro nella stanza della fornace. Un forno enorme occupa la stanza. C’è un altissimo serbatoio per l’acqua arrugginito.
Penso alla voce di mia figlia che mi sussurra “mi dispiace”. Sono determinato a ritrovarla. So di averla fatta soffrire e ora non voglio abbandonarla. Quando la assillavo con le mie ossessioni da vecchio, lei rispondeva sempre così: “mi dispiace”. Dovrei smettere di scaricare sugli altri le mie frustrazioni. Mia figlia non lo ha mai fatto con me e ne avrebbe avuto più diritto di quanto ne abbia mai avuto io.

La stanza di controllo. Ho passato molte ore a lavorare qui dentro. Quel topo morto mi fa pensare che anch’io qui mi sono sentito morto. Non è una brutta sensazione. Sento che lei è stata qui.
Ora sono nella sala in cui venivano avvolte le bobine d’acciaio. Tutto è stato distrutto. Trovo per terra una foto di mia figlia. E’ come un pugno nello stomaco. Sono arrabbiato con me stesso per non averla saputa proteggere. Ma come si può proteggere qualcun altro se non si è in grado di proteggere sé stessi? Avrei voglia di farmi del male. Di prendere a pugni la parete.
Questa stanza è attraversata da molti tubi scuri. Uno di questi dev’essersi rotto, chissà quanti anni fa, e aver allagato completamente la stanza. Sui muri si vede chiaramente la linea del livello raggiunto dall’acqua.
In questa sala una volta c’era un enorme macchinario idraulico. Ora ci sono solo i segni sul muro nel punto in cui era installato. Qualcuno avrà pensato che valesse la pena di portarlo fin su per venderlo. Una felpa. Deve essere sua! Ha ancora il suo odore.
Qui c’era la catena di montaggio. I macchinari non ci sono più. Qualcuno ha portato qui un materasso. Strano vivere in un posto così. Ma anche gli operai che lavoravano qui ci hanno vissuto.
Scendo ancora. Una scala a pioli di ferro in un pozzo circolare. E’ lunghissima, ma in fondo si vede una debole luce. C’è odore di benzina. Se le hanno fatto del male, li brucerò vivi. So che non potrei farlo, ma chissà? In fondo è tutta colpa mia, inutile prendersela con gli altri.
In questa stanza una volta una macchina comprimeva gli scarti di metallo per formarne cubi compatti. Ora è tutto coperto di spazzatura e graffiti.
Eccola, l’ho trovata! E ferita e piange, me è viva. La porto di sopra, e ad ogni passo dimentico qualcosa. Quando arrivo di sopra non ci sono più ricordi. C’è solo lei.

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