Malitus e Lyner al passo di Eulora



Malitus, arciere esperto nell’uso delle frecce avvelenate e Lyner, un coraggioso guerriero della fanteria nimerita, si trovavano all’interno della fortificazione meridionale quando l’esercito rubeano riuscì ad abbattere le porte ed irruppe all’interno. Malitus e Lyner si trovarono a combattere fianco a fianco. La sera prima della battaglia avevano conversato a lungo, convenendo che, se le cose di fossero messe male, sarebbe stato meglio fuggire che farsi ammazzare per la maggior gloria del regno di Nima. Malitus, mentre scagliava l’ennesima freccia contro le truppe rubeane che irrompevano dalle porte abbattute, disse a Lyner: “Dobbiamo andarcene ora da qui e raggiungere il bosco qui sopra”. Lyner aveva già identificato un punto delle mura dal quale sembrava possibile calarsi all’esterno. Mentre correvano lungo i bastioni, Lyner fu colpito da un sasso lanciato da un fromboliere e cadde stordito dal camminamento nel cortile della fortificazioni in cui infuriava la battaglia. Malitus osservò per un attimo il corpo esanime del suo compagno. Visto che non dava segni di vita, riprese la sua fuga, maledicendo tra i denti le divinità rubeane.
Raggiunto il punto in cui i bastino confinavano con il fianco della montagna, Malitus scavalcò il parapetto merlato e si lasciò cadere dall’altra parte. Il salto fu più alto di quanto Malitus si aspettasse, cadde sul terreno accidentato e rotolò per diversi metri sul fianco della montagna. Quando si rialzò, vide un gruppo di guerrieri che si dirigevano verso di lui. Senza chiedersi se fossero rubeani o nimeriti, volse loro le spalle e iniziò a inerpicarsi sul ripido pendio in direzione del bosco. Mentre arrancava in salita, si accorse di aver perso nel salto la faretra con le frecce avvelenate. Poco male: aveva ancora il suo arco con sé e per il momento ne aveva avuto abbastanza di combattere.
Malitus cercò di allontanarsi il più rapidamente possibile dal campo di battaglia. Mentre saliva lungo la montagna, udì il segnale della ritirata nimerita. Aveva anticipato di pochi minuti la decisione di chiunque avesse assunto il comando dei superstiti dopo la caduta di Cisseus. Dopo poche centinaia di metri, raggiunse le rovine di un’antica fortificazione. Sembravano deserte. Il tempo stava peggiorando rapidamente. Le dense nubi e il calare della sera stavano oscurando rapidamente la vallata. Meglio cercare di allontanarsi il più possibile prima che iniziasse a piovere. Ma mentre Malitus usciva dalle rovine per riprendere la salita, si trovò davanti all’improvviso un enorme guerriero armato di ascia. Riuscì a schivare il colpo dell’avversario e nel contempo estrasse il pugnale dal fodero. Più in alto, vide che altri rubeani armati di scure stavano uscendo dal bosco dirigendosi verso le rovine.
Malitus cominciò a correre allontanandosi dalle rovine. Due o tre rubeani si lanciarono al suo inseguimento, ma erano armati pesantemente e non riuscivano a guadagnare terreno. Dopo poche decine di metri, il primo degli inseguitori incespicò su una roccia e cadde lungo il pendio. I suoi compagni si fermarono a soccorrerlo e Malitus raggiunse indisturbato il margine del bosco.
Seguì per un lungo tratto un sentiero a mezza costa. Nel fondovalle, quando gli alberi si diradavano, vedeva l’esercito rubeano che avanzava. Entro un paio di miglia avrebbero raggiunto i pascoli di Talitus e probabilmente si sarebbero accampati lì. Mentre cadevano le prime gocce, Malitus vide passare lungo il fiume re Parius in persona. Senza crederci fino in fondo, pensò che, se avesse avuto ancora con se le sue frecce, avrebbe potuto colpire il re e vendicare così la morte dei suoi compagni caduti tentando di difendere il passo.

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