Pianeta Renoir

18.7.7107

Dopo più di un mese a bordo della Necatrix, siamo pronti per una nuova missione. Il pianeta Renoir è straordinariamente simile alla terra, la gravità è solo leggermente minore, le terre emerse sono percentualmente di meno e la temperatura media è di alcuni gradi superiore. Questo pianeta è stato scelto come futuro Quartier Generale della 15ma Brigata e la 16ma deve prevenire problemi con gli alieni.

19.7.7107

Siamo atterrati un territorio pianeggiante. Quasi subito, abbiamo incontrato un gruppo di alieni ostili. Sono rettili piuttosto evoluti, armati di fionde. Sono molto numerosi. Se riusciamo a colpirli da lontano non sono pericolosi, ma si muovono molto velocemente quando arrivano a pochi metri di distanza possono ferirci nonostante le armature MandelBrite. Terminato lo scontro, un alieno si è avvicinato per parlamentare. Il Sergente Sanchez non ha avuto difficoltà a comunicare, visto che sulla Necatrix i tecnici linguistici ci hanno forniti di un traduttore automatico. L’alieno ha chiesto il permesso di portare via i cadaveri dei suoi simili e ha detto che la maggior parte del suo popolo se ne sarebbe andata pacificamente. Solo alcune decine di individui sono decisi a combattere fino alla morte. Buone notizie per noi.

20.7.7107

Oggi combattimento molto duro con gli alieni residui. La rapidità di questi esseri è davvero sorprendente, tanto che il cannone del Caporale Richardson è risultato molto meno efficace del solito. Per fortuna, io e Kowalski abbiamo tirato bene sugli alieni più lontani, abbattendoli prima che potessero avvicinarsi in massa. Nonostante ciò, il Sergente e Fared sono rimasti feriti seriamente. Lo scontro è stato terminato da Richardson, che è riuscito a posizionarsi in modo ottimale e a tirare due colpi precisi sull’ultimo gruppo di alieni.

21.7.7107

Dalla Necatrix non ci danno l’autorizzazione a rientrare a bordo. I nuovi ordini sono di spostarsi a ovest, per ricongiungerci con la squadra del Tenente Zamorov, verificando che non ci siano altri alieni nell’area. Stamattina Richardson, mentre il Sergente riceveva gli ordini via radio, ha fatto alcune pesanti battute su di lei. Dice che non dovremmo essere al comando di una donna e che se non fosse per lui ora saremmo tutti morti. Su quest’ultimo punto, può anche essere che abbia ragione. Comunque Kowalski e Fared non hanno obiettato alle sue affermazioni, ma io ho chiesto a tutti di non fare più certi discorsi in mia presenza.

22.7.7107

Ci siamo messi in marcia verso la postazione della squadra di Zamarov. A metà mattina il Sergente si è accorto di un’imboscata e ci ha ordinato di metterci al coperto. Appena in tempo! Erano meno numerosi di quelli che abbiamo affrontato ieri, ma noi siamo provati dagli scontri precedenti e la tensione tra il Caporale e il Sergente è palpabile. Siamo riusciti ad assumere una posizione vantaggiosa e ad eliminare tutti gli alieni. In serata abbiamo raggiunto la squadra di Zamarov. Domani si torna tutti sulla Necatrix.

25.7.7107

Alla fine del debriefing della missione su Renoir, il Capitano Steffold ha assegnato il Kill Badge al Soldato Ramirez, della squadra di Zamorov, e al Caporale Richardson: entrambi durante la missione hanno superato il totale di 100 alieni uccisi. I dissapori tra Richardson e il Sergente Sanchez sembrano per il momento superati.

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Pianeta Matisse


28.5.7107
Siamo sbarcati su Matisse. Volo nell’atmosfera difficile. Siamo su una piccola isola, circa 20 km quadrati di estensione. E’ in corso una tempesta spettacolare, con lampi e fulmini in abbondanza. Pare che qui sia frequente e questo sarà un problema per la nostra missione. Abbiamo subito iniziato a installare i macchinari per l’analisi geochimica, ma il Sergente dice che non potremo iniziare l’attività di rilevazione prima della fine della tempesta. Richardson e Kowalski sono stati inviati a perlustrare l’isola. A causa delle condizioni meteo, il contatto radio era difficoltoso. Ci hanno avvertiti di aver incontrato delle entità aliene, poi abbiamo perso il contatto. Dopo circa mezz’ora, per fortuna i due sono tornati al campo. Hanno raccontato di aver ucciso alcuni alieni. Sono animali quadrupedi, dal pelo nero, con zanne e artigli temibili. Bene, oltre alle tempeste elettriche, dovremo preoccuparci anche di queste creature.

29.5.7107
La tempesta è aumentata di intensità. Abbiamo comunque ripreso il lavoro sui macchinari. Un branco di animali alieni ci ha attaccati. Richardson, che praticamente sta tutto il giorno di guardia appostato al cannone a energia, ha subito abbattuto numerosi animali e Kowalski, con pochi ma precisi colpi di fucile, ha finito il lavoro. Se Fred bevesse di meno, sarebbe un tiratore imbattibile. Nel pomeriggio la tempesta si è placata. Abbiamo attivato i macchinari. Dalla Necatrix, quando hanno ricevuto i primi dati, hanno ordinato di ripetere la procedura di calibrazione a causa dei campi elettromagnetici anomali.

30.5.7107
Tempo buono. Calibrazioni completate. Nel pomeriggio, abbiamo iniziato la trivellazione e la raccolta dati.

31.5.7107
Oggi la tempesta ha ripreso con violenza. Il Sergente ha ordinato di coprire l’apparecchiatura con i teli. Mentre eravamo all’opera, gli alieni sono riusciti a sorprendere la nostra sorveglianza e ci hanno assaliti. Il Sergente, il Caporale e Fared sono rimasti feriti. Poi Richardson e Kowalski sono riusciti a mettersi in condizione di sparare e hanno ucciso o messo in fuga gli animali.

4.6.7107
Abbiamo avuto qualche giorno di tempo discreto. Così abbiamo potuto raccogliere dati a sufficienza. Dalla Necatrix hanno ordinato di eliminare tutti gli alieni presenti sull’isola prima di tornare a bordo. Così oggi, dopo aver terminato di smontare l’apparecchiatura geochimica, siamo andati a caccia degli alieni, mentre il tempo peggiorava nuovamente. Un fulmine è caduto praticamente sul nostro gruppo, le armature ci hanno salvati, ma abbiamo davvero rischiato la pelle. Siamo riusciti a seguire un alieno fino alla loro tane: un sistema di caverne all’interno dell’isola. Mentre collocavamo l’esplosivo all’interno delle caverne, gli animali ci hanno assaliti. In quel momento ho sentito che il giuramento di fedeltà che ho pronunciato quando mi sono arruolato nella 3:16 mi imponeva di salvare i miei compagni da quel pericolo. Mi sono addentrato nella caverna lanciando diverse granate, ho collocato una carica di esplosivo a grande profondità e sono scappato fuori. Siamo tornati dopo l’esplosione: al centro dell’isola non c’è più traccia di caverne né tanto meno di alieni. Il Sergente Sanchez si è complimentata con me: oggi è stata una buona giornata. Ora è sera e siamo appena rientrati a bordo della Necatrix.

Soldato Sun Li


26.5.7107

Sono stato assegnato ad una nuova squadra, al comando del Sergente Elvira Sanchez. Sembra un tipo in gamba. Gli altri membri sono il Caporale Richardson, che pare sia letale con il suo cannone a energia, e i due soldati Kowalski e Fared. Il Sergente ci ha spiegato che tra due giorni sbarcheremo sul pianeta Matisse. Dobbiamo verificare se nel sottosuolo c’è abbastanza tungsteno da giustificare lo sfruttamento minerario del pianeta.

3:16 Massacro tra le Stelle

Ho appena finito di leggere le regole di 3:16 Carnage Amongst the Stars di Gregor Hutton. E’ un gioco di ruolo con meccaniche molto semplici e un’ambientazione inquietante: un’armata spaziale terrestre che si aggira per l’universo con il mandato di sterminare ogni forma di vita. Il gioco sembra ben fatto, nella sua semplicità, e intendo esplorarlo un po’, anche perchè consente di creare (e distruggere) innumerevoli “mondi di carta”.

Tagrius

Il palazzo di Tryon sembrava non avere finestre. Era una massiccia struttura cubica di pietra, la cui unica apertura era il grande portone. Malitus entrò per primo, seguito da Thalia e Arlicus. I tre si trovarono in un lungo e ampio andito ricoperto di bassorilievi di marmo bianco. Dal soffitto pendevano numerosi lampadari in cui ardevano candele di cera bianca. I bassorilievi sulla parete di destra raffiguravano una processione di persone che emergevano dalla terra e si incamminavano tutte nella stessa direzione. Sulla sinistra era rappresentato un bosco con innumerevoli alberi da molti dei quali pendevano delle figure umane, sempre nude. Non sembravano impiccati, era come se quei corpi fossero i frutti degli alberi della foresta. Mentre avanzavano osservando le sculture, Arlicus disse “Sentite anche voi questa musica?” Si udiva una fievolissima melodia suonata su un liuto. In fondo all’andito, c’erano tre porte chiuse da pesanti tende rosse. Su ciascuna tenda era ricamato un disegno diverso. A sinistra, una freccia. Al centro, una spiga. A destra, una torcia ardente. La musica sembrava provenire da dietro le tende. Thalia, senza esitazione, scostò la teda della porta centrale e avanzò, seguita dagli altri.
Si trovarono in un porticato che circondava un cortile quadrato. Agli angoli del cortile, crescevano quattro alberi: un cipresso, una palma, una betulla e un faggio. Al centro del cortile c’era una balaustra circolare che circondava un profondo posso lungo le cui pareti scendeva una scala di pietra. La musica sembrava provenire dal fondo del pozzo. Thalia si avviò lungo la scala, seguita da Arlicus e da Malitus. In fondo alla scala si trovava una porta di legno massiccio. La musica del liuto era improvvisamente cessata. La porta era chiusa e Thalia diede due forti colpi con il batacchio che vi era affisso. Dopo pochi istanti la porta si aprì. Un’anziana donna vestita di un abito scarlatto li invitò ad entrare. Si trovarono in un salone molto ampio il cui soffitto era sorretto da esili colonne di marmo. “Prima di poter incontrare il mio signore” disse la donna “dovrete battervi con Tagrius”. Dal fondo della sala stava avanzando un uomo enorme, armato di spada. Malitus gli scagliò una freccia, che venne respinta dalla corazza. Thalia e Arlicus estrassero i pugnali e si fecero sotto. Tagrius colpì Arlicus che cadde a terra e gli si avventò addosso per finirlo, ma Thalia riuscì a colpirlo al braccio e a deviare il colpo. Malitus scoccò una seconda freccia e questa volta trafisse il ginocchio di Tagrius, che crollò a terra. Non appena il gigante cadde, Thalia gli conficcò il pugnale nel collo e, con due rapidi gesti, staccò la testa dal corpo.

Tre defezioni


Durante la marcia notturna, Malitus ebbe modo di fare conoscenza con i suoi nuovi compagni. In maggior parte provenivano da Eurythia, un villaggio non lontano da Ekisia. Anche una ragazza, Thalia, faceva parte del gruppo di arcieri. Non aveva l’aria di essere molto loquace, e Malitus venne a sapere da lei solo che anch’essa era originaria di Eurythia.
Verso mezzanotte, oltrepassata una collina erbosa, il drappello giunse in vista di un possente palazzo. Lanrus si lasciò sfuggire un gemito di sorpresa: “Qui avrebbero dovuto esserci solo delle rovine! Cosa sta succedendo?” Con circospezione, si avvicinarono al palazzo. Il portone dava verso occidente ed era socchiuso. Una luce abbagliante filtrava dall’interno. Malitus si sentì preso dalla forte curiosità di esplorare quell’edificio misterioso e propose a Lanrus di entrare. Lanrus rispose che secondo le leggende in quel luogo un tempo sorgeva il palazzo di un demone di nome Tryon. Non aveva alcuna intenzione di affrontare un demone. Inoltre era sua responsabilità raggiungere insieme agli altri arcieri l’esercito nimerita. Ordinò ai suoi uomini di proseguire. Con sorpresa di Malitus, due degli arcieri dissero a Lanrus che anche loro sarebbero entrati nel misterioso palazzo. Si trattava di Thalia e di Arlicus, il più giovane del drappello. Lanrus non commentò queste defezioni. Augurò ai tre buona fortuna e si allontanò alla testa del piccolo gruppo.

Exparia


Exparia era una sacerdotessa che custodiva l’albero sacro che cresceva sulle sponde del fiume Mabrym. Da diversi anni viveva in una capanna presso il fiume. Conosceva molto bene quella zona, ma non si allontanava mai molto dall’albero sacro. Poco più a monte, c’erano le rovine di un antico palazzo. Molti erano convinti che le rovine fossero infestate da spiriti, secondo alcuni addirittura da un demone. Exparia non aveva mai dato fede a quelle voci, ma una sera, passando presso le rovine, vide un’ombra attraversarle e fu certa che non si trattava di una presenza umana.
Una notte Exparia sognò il fantasma delle rovine che le chiese di portargli una ciotola di latte. La sera seguente, dopo aver concluso il rituale del crepuscolo, Exparia si recò presso le rovine e lasciò ai piedi di un pilastro una ciotola colma di latte. Quella notte ci fu un violento temporale ed Exparia ebbe un altro sogno, sempre che si trattasse di un sogno. In mezzo al fragore dei tuoni, una voce profonda la chiamò dall’esterno della capanna. Exparia, piena di timore, uscì per vedere di chi si trattasse. Si trovò di fronte un demone alato, con una folta barba scura, seduto in sella ad una creatura magica. Il demone le disse: “Exparia, io sono Tryon e ho vissuto sull’isola di Selemna dall’origine dei tempi. Ho sempre osteggiato il potere degli dei e la loro volontà di scacciare i demoni per fare posto agli uomini. Così, quando Mabrym decise che il suo fiume scorresse accanto al mio palazzo, ho accettato la sfida e abbiamo combattuto. Sono stato sconfitto e il dio mi ha relegato nel regno delle ombre. Ma il tempo della mia prigionia si è concluso, grazie a te”.
Il mattino seguente Exparia, sapendo di aver aiutato il nemico del suo dio, abbandonò per sempre la capanna in cui aveva vissuto per anni.

Gli arcieri di Lanrus

Malitus decise di dirigersi direttamente verso Ekisia. Lì pensava che avrebbe trovato l’esercito nimerita. I rubeani avanzavano rapidamente e durante gli sporadici incontri con i contadini della zona, Malitus venne a sapere che cavalieri rubeani agli ordini del comandante Rylus imperversavano nella zona. Avrebbe fatto del suo meglio per evitarli, ma era anche tentato dall’idea di danneggiarli in qualche modo. Malitus entrò in un villaggio ai margini di un bosco. Si avvicinò a tre anziani che stavano parlando tra loro e chiese se ci fossero novità. Gli risposero che avevano udito voci sul fatto che nei pressi di Ekisia i superstiti guidati da Ronabus sarebbero stati raggiunti da consistenti rinforzi. L’esercito di Rubea aveva occupato Eulora senza incontrare resistenza. Probabilmente, anche Parius avrebbe atteso nuovi rinforzi e i due eserciti non si sarebbero scontrati nuovamente prima di qualche settimana. Malitus riprese il suo cammino, tenendo sempre il fiume alla sua destra. La mattina successiva, le montagne lasciarono il posto ad una zona collinare in gran parte coltivata. Il paese di Malitus, Akoi, era a poche miglia di distanza, dall’altra parte del fiume, ma egli era ormai determinato a raggiungere al più presto l’esercito di Ronabus. Proseguì lungo i campi, cercando di tenersi al coperto di alberi e siepi. Verso sera, subito dopo aver attraversato un torrente, udì alle sue spalle il rumore di cavalli al galoppo. Tre cavalieri rubeani stavano sopraggiungendo. Malitus si mise a correre verso una fattoria distante poche centinaia di passi. I cavalieri guadagnavano terreno rapidamente, ma dal fienile della fattoria vennero scagliate alcune frecce, e uno degli inseguitori cadde colpito al collo. Malitus raggiunse il fienile. All’interno si trovava una mezza dozzina degli arcieri che avevano combattuto al passo di Eulora sotto la guida di Rensen. Il comandante del drappello si chiamava Lanrus ed era originario della zona. Malitus lo conosceva di vista, ma non si erano mai parlati. I due cavalieri sopravvissuti si allontanarono per cercare rinforzi e Lanrus condusse immediatamente fuori i suoi arcieri, dicendo a Malitus che li aspettava una marcia notturna, ma che il giorno successivo avrebbero raggiunto il territorio che era ancora sotto il controllo di Nima e sarebbero quindi stati fuori pericolo.

La Fabbrica di Jason Morningstar

“The Plant” è un eccellente “solo RPG” scritto da Jason Morningstar. Ecco com’è andata a me.

Scendo all’interno della fabbrica lungo una scala di cemento stretta tra muri pure di cemento. C’è poca luce. Continuo a scendere. Ora la scala è rivestita di mattoni bagnati e scivolosi.
Entro nella stanza della fornace. Un forno enorme occupa la stanza. C’è un altissimo serbatoio per l’acqua arrugginito.
Penso alla voce di mia figlia che mi sussurra “mi dispiace”. Sono determinato a ritrovarla. So di averla fatta soffrire e ora non voglio abbandonarla. Quando la assillavo con le mie ossessioni da vecchio, lei rispondeva sempre così: “mi dispiace”. Dovrei smettere di scaricare sugli altri le mie frustrazioni. Mia figlia non lo ha mai fatto con me e ne avrebbe avuto più diritto di quanto ne abbia mai avuto io.

La stanza di controllo. Ho passato molte ore a lavorare qui dentro. Quel topo morto mi fa pensare che anch’io qui mi sono sentito morto. Non è una brutta sensazione. Sento che lei è stata qui.
Ora sono nella sala in cui venivano avvolte le bobine d’acciaio. Tutto è stato distrutto. Trovo per terra una foto di mia figlia. E’ come un pugno nello stomaco. Sono arrabbiato con me stesso per non averla saputa proteggere. Ma come si può proteggere qualcun altro se non si è in grado di proteggere sé stessi? Avrei voglia di farmi del male. Di prendere a pugni la parete.
Questa stanza è attraversata da molti tubi scuri. Uno di questi dev’essersi rotto, chissà quanti anni fa, e aver allagato completamente la stanza. Sui muri si vede chiaramente la linea del livello raggiunto dall’acqua.
In questa sala una volta c’era un enorme macchinario idraulico. Ora ci sono solo i segni sul muro nel punto in cui era installato. Qualcuno avrà pensato che valesse la pena di portarlo fin su per venderlo. Una felpa. Deve essere sua! Ha ancora il suo odore.
Qui c’era la catena di montaggio. I macchinari non ci sono più. Qualcuno ha portato qui un materasso. Strano vivere in un posto così. Ma anche gli operai che lavoravano qui ci hanno vissuto.
Scendo ancora. Una scala a pioli di ferro in un pozzo circolare. E’ lunghissima, ma in fondo si vede una debole luce. C’è odore di benzina. Se le hanno fatto del male, li brucerò vivi. So che non potrei farlo, ma chissà? In fondo è tutta colpa mia, inutile prendersela con gli altri.
In questa stanza una volta una macchina comprimeva gli scarti di metallo per formarne cubi compatti. Ora è tutto coperto di spazzatura e graffiti.
Eccola, l’ho trovata! E ferita e piange, me è viva. La porto di sopra, e ad ogni passo dimentico qualcosa. Quando arrivo di sopra non ci sono più ricordi. C’è solo lei.

Il viaggio di Malitus verso Akoi


Malitus trascorse la notte nella foresta. Al mattino, si rimise in marcia verso il suo paese, Akoi, che si trovava lungo la strada tra il passo e la città di Eulora. Avrebbe potuto arrivarci entro il giorno successivo e sperava di raggiungerlo prima che ci arrivasse l’esercito rubeano. Diversi suoi amici non avevano voluto arruolarsi, ma ora voleva tentare nuovamente di convincerli ad unirsi a lui per raggiungere ciò che rimaneva dell’armata di Nima.
Dopo alcune ore di cammino vide una casa in cima ad un’altura isolata. Si avvicinò sperando di poter trovare un po’ di cibo, ma la casa era deserta e la porta sprangata. Rientrato nella foresta, costruì alcune frecce lavorando con il coltello dei rametti di frassino. Riuscì ad uccidere un paio di scoiattoli che furono il suo pranzo.
Nel pomeriggio, il sentiero fu improvvisamente attraversato da un capriolo impaurito. Malitus riuscì a colpirlo con una freccia. Avrebbe avuto cibo a sufficienza per il viaggio fino ad Akoi. Ma mentre raggiungeva il capriolo ferito, udì dei passi che si avvicinavano. Un gruppo di esploratori rubeani si stava dirigendo verso di lui. Ecco da chi stava fuggendo il capriolo! Malitus fu costretto ad abbandonare la sua preda per darsi nuovamente alla fuga.
Inseguito dai rubeani, Malitus si diresse verso il fondovalle. Gli inseguitori scagliarono qualche freccia nella sua direzione, ma la vegetazione era molto fitta e Malitus non corse alcun rischio di venir colpito. Dopo una lunga corsa in discesa nel greto di un torrente, Malitus si fermò in ascolto al riparo di un grande masso. Il silenzio era completo. I suoi inseguitori dovevano aver deciso che non era il caso di perdere altro tempo con lui.
Era sceso troppo verso il fondovalle e la cavalleria rubeana stava certamente perlustrando il fondovalle. Riprese a salire il pendio della montagna, l’eventualità di incontrare altri esploratori nel bosco gli sembrava più remota. Ma dopo circa un miglio di cammino, si trovò di fronte un costone di roccia che tagliava il fianco della valle. Sapeva che dovevano esserci dei passaggi che lo attraversavano, ma non riuscì a trovarne nessuno prima del crepuscolo. Il suo viaggio stava richiedendo più tempo del previsto.
La mattina successiva, riuscì a superare l’impervia zona rocciosa. Prima di mezzogiorno, raggiunse una radura in cui sorgevano alcune case. Incontrò un anziano pastore che gli disse che avrebbe fatto meglio a non proseguire: la zona era piena di pattuglie rubeane, che stavano arruolando forzatamente tutti gli uomini in grado di combattere. Malitus decise di proseguire comunque e si inoltrò nuovamente nella foresta. Ormai era a meno di un giorno di cammino da Akoi.
Dopo circa un miglio, udì delle voci che sembravano poco distanti. Si nascose in una macchia di cespugli. Le voci si allontanarono e Malitus, con molta circospezione, riprese il suo cammino.
Più tardi, udì nuovamente delle voci, questa volta alle sue spalle. Cominciò a correre sperando che i rubeani non avessero notato la sua presenza. Dopo un’altra ora di cammino, raggiunse un ampio torrente dalle ripide sponde. Più a valle c’era un ponte che lo attraversava, ma sarebbe stato certamente presidiato. Non rimaneva che risalire il pendio cercando un possibile guado. Malitus riuscì ad attraversare il torrente solo a sera. Stava procedendo troppo lentamente. Non avrebbe raggiunto Akoi prima dei rubeani.